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La storia di Marianna Manduca e di uno Stato patrigno

Nonostante avesse denunciato ben dodici volte – DODICI – l’ex marito Saverio Nolfo, Marianna Manduca non è riuscita a scampare al suo aguzzino. Nonostante la dodici denunce, Marianna viene uccisa brutalmente. Passano gli anni, i processi stabiliscono la colpevolezza dell’uomo, condannato a 21 anni, e confermano, in primo grado, una «grave violazione di legge con negligenza inescusabile» per la magistratura che non mosse un dito per aiutarla e non capì la gravità dei fatti denunciati dalla donna.

Vengono così disposti in primo grado 295mila euro a titolo di risarcimento per i figli sopravvissuti, un risarcimento però ora annullato dalla Corte d’Appello perché, siccome all’epoca non esisteva ancora la legge sullo stalking (era il 2007) i giudici non avevano elementi per applicare la custodia cautelare nei confronti di quell’uomo che continuava a tormentare Marianna e che alla fine, nonostante le dodici denunce, l’ha uccisa.

I giudici, per i colleghi d’appello, non sono inoltre da ritenere responsabili nonostante la negligenza dovuta al «non disporre nessun atto di indagine rispetto ai fatti denunciati» rilevata in primo grado, perché, ci spiega il Corriere della Sera, «a nulla sarebbe valso sequestrargli il coltello con cui l’ha uccisa “dato il radicamento del proposito criminoso e la facile reperibilità di un’arma simile”. Nemmeno “l’interrogatorio dell’uomo avrebbe impedito l’omicidio della giovane donna”. Tutt’al più lui avrebbe capito “di essere attenzionato dagli inquirenti”. In pratica, “ritiene la Corte”, che “l’epilogo mortale della vicenda sarebbe rimasto immutato”.

Ah.

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