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A 32 anni ho scoperto di essere autistica

A 32 anni ho scoperto di essere autistica. Asperger. Ho in mano la relazione clinica che mi è stata consegnata al termine di un percorso diagnostico che ho deciso di intraprendere questa estate. L’ho letta e riletta quasi fino a consumarla. E’ chiara. Molto chiara. Lì sopra, su quei fogli, c’è tutta la mia vita. Ci sono tutte le mie difficoltà, nero su bianco. Per quasi 33 anni ho vissuto senza sapere quale fosse l’origine di tutti i miei problemi, l’origine di quel costante male di vivere che mi ha accompagnato durante l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta, che mi ha reso la peggior nemica di me stessa. “Male di vivere” non è un’espressione casuale, è quella che meglio può descrivere la continua e pervasiva sensazione che ho provato negli anni, anni alla ricerca del mio posto del mondo, anni a pormi domande senza riuscire a trovare una risposta.

Un male di vivere che dopo la malattia e la morte di mio padre è esploso come una bomba, radendo tutto al suolo, pezzo per pezzo. Perché mi sento così diversa? Perché mi sento così costantemente un pesce fuor d’acqua? Perché non sono in grado di socializzare con le persone? Perché provo questa costante ansia in ogni momento della mia vita? Perché le azioni che per gli altri sono semplici e banali, per me sono come montagne insormontabili?

Per 32 lunghi anni, ormai quasi 33, ho sempre percepito di essere estremamente diversa dalle persone che mi circondavano senza riuscire mai a capire per quale motivo mi sentissi un’aliena catapultata per caso in un mondo terrestri. Ho perso il conto delle volte che ho soppresso il mio essere nel disperato tentativo di assomigliare agli altri, di essere percepita come una persona ordinaria, simile ai miei coetanei, ai miei colleghi, ai miei conoscenti, alle persone che incontravo nella vita. Ho perso il conto dei ruoli che ho interpretato, delle maschere che ho indossato e repentinamente cambiato. Ho trasformato la mia vita in un’opera teatrale dal sapore pirandelliano, una perpetua recita per farmi accettare dagli altri. Ecco, questo ho fatto per 32 anni. Ho cercato di fingere di essere una persona che nella realtà non sono, di conformarmi ad aspettative sociali inconciliabili con il mio essere. E sono stata male. Malissimo. Fino al punto di non ritorno. O meglio, fino al punto in cui ho capito che non avrei più potuto convivere con quella lancinante e costante sensazione di sofferenza. Qualcosa avrei dovuto fare.

Era 21 febbraio 2020, il giorno in cui hanno trovato il primo caso di Covid-19 a Codogno. Da poche settimane avevo iniziato una nuova vita professionale. L’ennesima. Quella mattina ebbi una discussione in ufficio. Una discussione telefonica, un diverbio nato da un’incomprensione banale, che molti considererebbero normale amministrazione. La mia reazione a quella discussione fu tutto meno che ordinaria. Fu oltremodo eccessiva, così tanto sproporzionata che mi spaventai davvero. Lì per lì non ebbi il coraggio di dire nulla, di ribattere alcunché. Chiusa la telefonata, iniziai a singhiozzare così disperatamente da non riuscire quasi a respirare. Un pianto incontrollabile, senza una ragione realmente plausibile. Mi sono sentita morire. E non era un attacco di panico. Li conosco bene quelli. No, era qualcosa di diverso, molto diverso. Solo mesi dopo ho dato a quella reazione un nome: meltdown. Non era la prima volta che provavo quell’emozione così violenta, ma era la prima volta che, da adulta, quella cosa avveniva in pubblico, davanti ad altre persone. Quel giorno ho iniziato a pensare di dover chiedere aiuto, senza sapere bene però quale fosse l’aiuto da chiedere. Che cos’avevo? Che cosa mi sta facendo così male?

Non avevo risposte a queste domande. Avevo solo una mezza risposta che però era insufficiente: la morte di mio padre. Ma no, la morte di mio padre non era una spiegazione. La morte di mio padre, l’ho capito solo tempo dopo, è stato solo il detonatore che ha fatto emergere qualcosa che era già presente e che io ho cercato di soffocare con tutte le mie forze per decenni. Quel 21 febbraio ho iniziato un percorso di analisi introspettiva che mi ha portato a sezionare ogni più piccola parte del mio io. E a studiare, tanto. Il lockdown per me è stato una salvezza, la condizione che mi ha permesso di portare avanti un’analisi senza troppe interferenze esterne, senza lo stress quotidiano di dover vedere persone e perseverare nella mia recita quotidiana.

Arriva fine luglio, sono in ferie con mia madre, al mare. Mi piace tanto il mare. In quel periodo stavo cercando di focalizzarmi su tutta una serie di progetti giornalistici e social da realizzare, alla ricerca di idee per tornare a fare il mio lavoro: la giornalista. Da dicembre avevo ormai smesso di scrivere con continuità, a parte una breve parentesi tra aprile e giugno. Ma scrivere mi mancava, il giornalismo mi mancava. Il giornalismo e la scrittura sono tutta la mia vita, sono sempre stati la terapia dei miei tempi più bui. Però mi sentivo vuota, senza forze, mi sentivo priva della capacità di portare a termine qualcosa che avesse un senso. Avevo un blocco e non sapevo come uscirne.

Parallelamente, la mia analisi introspettiva non era terminata. Continuava da febbraio. Da febbraio, stavo mettendo in fila tutti gli elementi della mia essenza, della mia personalità, del mio vissuto. Trovare la risposta alle mie domande era diventata la mia ossessione. Una bella ossessione. Dopo tanti anni avevo deciso di fare qualcosa per me stessa, smettendo di ignorare le mie difficoltà e i miei problemi. Volevo una risposta ed ero certa di essere vicina alla soluzione. Avevo tutti gli elementi. Una sera, mi misi a ragionare. E quella sera la risposta la trovai.

Sindrome di Asperger. Ero autistica, mai diagnosticata. Combaciava tutto. Interessi ristretti e assorbenti. Incapacità di socializzare e sviluppare e mantenere relazioni sociali. Isolamento. Selettività alimentare. Mutismo selettivo. Alessittimia. Se c’era una cosa che spiegava perfettamente chi ero e come funzionavo, era la sindrome di Asperger. Sono andata nell’altra camera e come se nulla fosse ho chiesto a mia madre: “Ma se fossi autistica? Ci hai mai pensato?”. E le ho spiegato la mia ipotesi.

Quella stessa sera ho cercato informazioni su specialisti dello spettro autistico e Asperger a Milano e ho mandato una mail parlando del mio sospetto, descrivendo le mie difficoltà e le ipotesi che mi stavano portando a indagare sulla questione. E ho preso appuntamento. E poi ho iniziato. Ho iniziato un percorso in cui ho raccontato tutta la mia vita, dall’asilo a oggi. Tutte le mie difficoltà. Tutti i miei disagi. Tutti i miei problemi. I miei scogli insormontabili che fino a quel momento avevo avuto il coraggio di descrivere a pochissime persone. Ed è stata una liberazione. Piano piano, incontro dopo incontro, ho sollevato il sipario. Mi sono liberata di massi che avevo trascinato per decenni, affaticandomi. Mi sono sentita compresa completamente, forse per la prima volta nella mia vita.

La “diagnosi” per me è stata un sollievo. Mi sono sentita rinascere. Non sono sbagliata, sono diversa. E la diversità è una ricchezza. Ho difficoltà sociali, pesanti, che mi sono trascinata per tutta la vita con la convinzione di essere sbagliata, di essere inferiore agli altri. E invece non sono inferiore, sono una persona che è riuscita a farsi strada in un mondo che tutto era fuorché a sua misura, soffrendo come non auguro a nessuno.

Perché scrivo tutto questo, vi chiederete. Perchè racconto queste cose così intime e personali a degli sconosciuti, vi domanderete. Lo faccio perché la scrittura è la mia terapia personale, da tutta la vita. Lo faccio perché in questi mesi ho potuto constatare l’assurdo livello di ignoranza intorno al tema dei disturbi dello spettro autistico, quanti pregiudizi superficiali e infondati esistano sul tema e su tutto quel che riguarda qualsiasi disagio o disturbo mentale. Non se ne parla mai. Mai con reale competenza. Mai con la dovuta sensibilità.

Mai una volta che l’autismo venga raccontato senza ricorrere a rappresentazioni macchiettistiche e piuttosto grottesche che tendono a descrivere la persona autistica come una sorta di poveretto che va compatito o come un soggetto strano e bizzarro alla Rain man o alla Simon di Codice Mercury, una persona che fa cose assurde e straordinarie, non guarda negli occhi la gente e stop. L’autistico nella rappresentazione mediatica e agli occhi di un’opinione pubblica viziata da questa rappresentazione è quella cosa lì e basta. E invece no. C’è un intero mondo di sfaccettature e sfumature che merita rispetto. Che merita spazio. Che non merita di essere relegato nell’angolino e tirato fuori all’occorrezza per la giornata mondiale dedicata.

Charlotte Matteini

Mi chiamo Charlotte Matteini, sono nata il 30 dicembre del 1987 e tra pochi mesi compirò *enta anni. Sono laureata in una materia piuttosto bistrattata: comunicazione politica. Ho un passato da consulente, professione mollata per seguire la mia vera passione: il giornalismo. Sono ufficialmente giornalista dal 2016, ufficiosamente dal 2011, e mi occupo di politica interna e polemiche assortite.

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17 commenti

  1. Anonimo dice:

    Charlotte. Sei bravissima.

    1. Anonimo dice:

      Grazie per compartire, con ciò aiuti chi leggendo capisci di più su se stessa o su chi li sta in torno
      È bello essere diversi e non banali

    2. Anonimo dice:

      Non sei da sola

  2. Grazie per la tua testimonianza. Un abbraccio

  3. Andrea Agnelli dice:

    bella testimonianza.

  4. Salvatore Prestigiacomo dice:

    Meravigliosa. Punto.
    Anzi. Punto e a capo.
    Perchè leggerti ancora sarà bellissimo.
    Grazie.

  5. Armando dice:

    Complimenti. Bellissima testimonianza!

  6. Piatti Giuseppe dice:

    Sei una grande.
    La tua testimonianza sarà preziosa per chi si è arreso e magari ora sa che ci si può provare.
    Sarai FELICE.

  7. Patrizio dice:

    Sono capitato qui per caso da Twitter. Una bella storia, un bel blog. Energia positiva e voglia di vivere e di riscoprirsi.
    Un abbraccio

  8. Marie dice:

    Sei una grande, sei brava, meravigliosa ….penso che tu non abbia mai sentito questi complimenti in vita tua, e pure le meriti così tanto che dovresti sentirlo ogni giorno perché ogni giorno e una sfida per te. Allora continua a vivere, a testimoniare che lo fai così bene, a trasmettere ad altri questa energia. La differenza è bella perché aggiunge della ricchezza, del ascolto e della benevolenza. Rispetto.

  9. Anonimo dice:

    Grazie x essertivraccontata.
    Io lavoro come educatrice con bambini autistici applicando la terapia Aba e riesco a capire come tu possa sentirti.

    Un caro abbraccio

  10. Anonimo dice:

    Ciao Charlotte, ho conosciuto il tuo papà e la tua mamma agli incontri, dove come lei partecipa vo per cercare di capire ed aiutare persone con la stessa malattia che tuo padre aveva.
    Ti ho sentita raccontare dalla tua mamma quale figlia che ha regalato loro gioie e che si è fatta ricchezza osservando, aiutando e facendosi aiutare da papà.
    Sapevo quindi quanto già tu fossi, ma ora “leggendoti” ho ulteriormente capito il tuo coraggio, la tua forza e l’arrivo alla tua meta. Arrivare a chi “veramente” tu sei.
    E qui il coraggio di ricominciare la vita, il lavoro e la famiglia della “nuova” Charlotte.
    Un abbraccio
    Alessandra

  11. GP dice:

    Salve, vorrei contattarla per potermi sfogare/confrontare. Sto veramente male, ma leggendo questo suo articolo nutro l’esigenza di parlare con Lei.
    L’ho contattata via mail e Facebook per messaggio (controlli nelle richieste/spam).

  12. Anonimo dice:

    Grazie, sei una persona magnifica e scrivi in modo fantastico!

  13. nana dice:

    bellissimo articolo. mi ritrovo moltissimo in quel che hai scritto, anche io da quando è iniziato il covid ho iniziato più o meno il tuo stesso percorso di introspezione, solo che non ho il coraggio di esternare questo mio dubbio a mia madre o qualcun altro… mi farebbe tanto piacere discuterne più a fondo con te

  14. Alberto dice:

    Charlotte carissima, intanto brava. Giro questa tua l”ettera al mondo” ad un mio amico con cui proprio poche sere fa discutevo di queste cose avendo anche lui iniziato una indagine di quel tipo è implicitamente condividendo con me non a caso aspetti caratteriali e modalità di interazione sociale che in parte assocerei anche a me. Grazie. #onestepmore

  15. […] giornalista Charlotte Matteini scrive di come si è accorta, oltre la soglia dei trent’anni, di avere un caso di autismo non diagnosticato. Da sempre si […]

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