La “fase 2”: è giusto che a decidere sia la politica? Ma soprattutto: siamo sicuri di essere davvero pronti?

Ecco, finalmente ci siamo: sui giornali e media si inizia a parlare a tambur battente della cosiddetta “fase 2”, il mitologico piano che dovrebbe portare il Paese fuori dal lockdown nazionale e avviare la riapertura graduale delle attività economiche e, pian piano, il ritorno a una “normale” vita quotidiana e sociale. Il piano di cui si vocifera tanto nelle ultime ore prevede due grandi blocchi e due diverse date: dal 14 aprile, dopo Pasquetta, si potrebbero iniziare riaprendo alcune imprese; dal 4 maggio, invece, a poter uscire di casa potrebbero essere i cittadini, con tutta una serie di limitazioni, obblighi di protezione e distanziamenti sociali obbligatori.

Chi decide le date della riapertura? Su questo fronte, da qualche settimana si assiste a un rimpallo di responsabilità abbastanza kafkiano: il comitato tecnico-scientifico fornisce dati, analisi e scenari – soprattutto considerazioni sulle tempistiche – ma la decisione ultima spetta alla politica, che valuta altri aspetti e interessi. Sebbene sia vero che la scienza medica non ha alcuna competenza in materia di finanza pubblica e scenari economici, la fregola di voler lasciare l’ultima parola sulla riapertura alla politica rischia di provocare danni incalcolabili, qualora la politica dovesse rivelarsi non in grado di prendere una decisione saggia tenendo conto dei disagi drammatici che una eventuale seconda ondata pandemica potrebbe provocare al Paese. Non che la crisi che stiamo vivendo ora non sia drammatica, sia chiaro, ma rischiare di sommarne un’altra a breve distanza solo per fretta forse non è un’idea geniale.

Il sistema produttivo italiano è già ai blocchi di partenza, le richieste di riapertura da parte delle aziende chiuse per effetto del Dpcm sulle attività non essenziali sono migliaia e migliaia sono le deroghe che in queste settimane sono state accordate dai Prefetti per la ripresa delle attività industriali di aziende escluse dal Dpcm del 25 marzo. Proprio oggi sono pervenute le nuove richieste di Confindustria, che ha rinnovato il proprio appello sottolineando che il 45% del Pil viene prodotto in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna e che se non si riparte presto il Paese si spegnerà e i danni saranno incalcolabili. Le quattro Regioni che producono da sole il 45% del Pil, però, sono anche le quattro Regioni più danneggiate dall’epidemia di Covid-19, Lombardia in testa, che presenta ancora una situazione molto problematica nella provincia di Milano che, in controtendenza rispetto ad altre realtà italiane, non accenna a migliorare.

Numerose sono le incognite che si stagliano all’orizzonte. Per la fase 2 servirà un piano perfettamente strutturato che tenga conto della mobilità dei lavoratori e del pendolarismo strutturale che riguarda proprio città come Milano, Bergamo e Brescia, le più colpite dall’epidemia e allo stesso tempo fulcro di pendolarismo di massa quotidiano. Il sistema pubblico dei trasporti riuscirà a fornire un servizio adeguato a milioni di viaggiatori che ogni giorno dovranno recarsi sul luogo di lavoro e allo stesso tempo garantire una distanza di sicurezza minima di un metro tra i tanti pendolari? Quanti treni e corse in più servirebbero, prendendo come esempio Milano e l’hinterland, per assicurare il trasporto dei lavoratori in tempi che non siano biblici contingentando gli accessi? Lo smart-working sarà obbligatorio, per chi svolge attività che lo permettono, oppure sarà solamente caldamente consigliato?

Altro capitolo sensibile: i dispositivi di protezione necessari per poter riprendere le attività lavorative abbassando il rischio di contagio. Sacrosanto imporre l’utilizzo di mascherine, guanti et similia , ma ci sono per tutti, dove per tutti intendiamo i milioni di lavoratori che, secondo il wishful thinking dei decisori, dovrebbero recarsi a lavoro da qui a pochissime settimane? Gran parte delle mascherine attualmente in vendita anche in farmacia non sono regolamentari, hanno una capacità filtrante molto bassa, intorno al 40%, costano una follia e andrebbero cambiate e sanificate spesso. Quelle chirurgiche, più adatte allo scopo, scarseggiano, non costano comunque poco, e andrebbero cambiate ogni giorno per essere realmente sicure. Ce ne sono per tutti? Attualmente no. E se la risposta è no, come si può pensare alla riapertura senza avere le dovute certezze in relazione a un’ingentissima disponibilità di Dpi? Le fabbriche potranno anche essere i luoghi più sicuri come sostiene Confindustria – che poi, siamo così certi che ogni azienda rispetterà le prescrizioni alla lettera? Saranno previsti controlli a tappeto? – ma le grandi fonti di preoccupazione sono anche che in fabbrica ci si deve arrivare, magari utilizzando treni e mezzi pubblici, e che nelle case c’è il rischio che a essere contagiati silenti potrebbero essere i familiari conviventi del lavoratore che si muove.

E così arriviamo al terzo capitolo sensibile: i tamponi e la durata del contagio. Numerose ricerche insistono nel sostenere che i reali contagiati da Coronavirus sarebbero almeno 5 o 10 volte i numeri ufficiali e recentemente si sta puntando l’attenzione anche su un altro fenomeno prima d’ora poco preso in considerazione, ovvero i numerosi casi di contagiati che si negativizzano ben oltre i 14 giorni di quarantena, arrivando a rimanere positivi anche fino a 30 giorni dopo. Essendo dunque ben consci del fatto che là fuori ci potrebbe essere potenzialmente qualche milione di persone asintomatiche o sintomatiche lievi, ricordando inoltre che ci sono numerosissime testimonianze di persone soprattutto lombarde che non sono state sottoposte a tampone nemmeno a fronte di svariate richieste se non all’arrivo di crisi respiratorie e che moltissime persone che pur avendo avuto contatti certi con contagiati non sono state minimamente testate, che come denunciato stamattina dal professor Massimo Galli ad Agorà non siamo stati in grado di ampliare la capacità diagnostica necessaria a scovare i casi di Coronavirus sommersi, come possiamo essere sicuri che quando si inizierà a tornare nei luoghi di lavoro e magari a muoversi sul territorio non saremo pieni di inconsapevoli diffusori di contagio?

Quarto e ultimo capitolo sensibile, almeno per quanto riguarda questa analisi: i tanto decantati test sierologici da fare a tappeto per concedere la cosiddetta patente di immunità: al momento la scienza non sa dire se l’immunità dei guariti da Covid-19 sia una reale immunità che possa proteggere da una eventuale riesposizione al virus né abbiamo alcuna certezza rispetto alla durata di questa presunta immunità. Non è miope basare gran parte della strategia di ripresa su un test che al momento non ha una granitica validazione scientifica? E se arrivasse una seconda ondata epidemica perché, come dichiarato oggi dall’Oms, si stanno affrettando troppo i tempi della fase 2, chi risponderà dei danni provocati nonostante i molteplici avvertimenti della comunità scientifica? Allora la domanda ora dovrebbe essere una e soltanto una: nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria mondiale, è davvero giusto e saggio pensare che debba essere solo la politica, senza alcuna competenza in materia, ad aver l’ultima parola sulla data di riapertura quando le incognite sono ancora troppe?

E’ vero, il vaccino arriverà tra molti mesi e che dovremo imparare a convivere con il virus per un tempo molto lungo tra distanziamenti sociali e limitazioni di libertà, ma siamo sicuri che per convivere con il virus la strategia ottimale sia un piano che assomiglia a un’autentica roulette russa? Perché senza certezze su tamponi, test sierologici e immunità, durata reale dei contagi e disponibilità di Dpi pensare di riaprire tra poche settimane non è un piano illuminato ma un autentico potenziale suicidio anche economico.

Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: