La censura di Facebook ha rotto il c***o

Sì, proprio così: Facebook ha rotto il cazzo. Tranchant, troppi giri di parole sarebbero inutili. Partiamo da un recentissimo episodio accaduto al giornalista de L’Internazionale Christian Raimo. Raimo su Facebook aveva scritto un post, corredato da una foto scattata in studio durante la sua ospitata al programma Dalla vostra parte, su Rete4, condotto da Maurizio Belpietro. Raimo nel post descrive(va) la sua esperienza, con toni molti accesi. In sostanza, critica(va) la conduzione del programma e l’impronta giornalistica, che punta tutto sull’indignazione e sulla guerra tra i poveri. Nel post pubblicato su Facebook, Raimo è ritratto in una foto, poco prima di lasciare lo studio, in polemica: “Fate una televisione razzista e islamofoba, non c’avete un altro servizio sui negri cattivi?”, si legge nel cartello che tiene in mano.

Negri. La parola negri è emblematica, il perno di tutto. Raimo la usa in senso sarcastico, è un attacco al razzismo di cui i servizi del programma televisivo sono intrisi. Detto questo e raccontato l’episodio che altro non è che un semplice aggancio all’attualitá, in realtà, a noi, del disagio patito da Raimo frega poco e niente. Il punto è un altro, come direbbe ogni bravo benaltrista.

Il problema è che per l’algoritmo di Facebook non esiste sarcasmo, l’ironia è un concetto astratto, la battuta una serie di parole infilate una dietro l’altra dal significato non comprensibile e dunque, spesso, molti post, a fronte di alcune segnalazioni, vengono cancellati e gli autori sanzionati con ban temporanei o addirittura perpetui. E infatti, anche nel caso in oggetto, il contenuto è stato rimosso. 

Violazione delle linee guida del social network, la motivazione. Sempre la solita motivazione, il problema è che questa motivazione spesso non ha fondamento. Quasi impossibile “ricorrere in Appello”, a meno di non essere un personaggio pubblico o mediaticamente esposto. O meglio, esiste la possibilità, ma come spesso accade Facebook replica con risposte standardizzate, non prendendo realmente in considerazione la richiesta avanzata dall’utente che sta subendo il ban o la cancellazione del proprio post senza un fondato motivo oggettivo.

Come funziona la moderazione dei contenuti pubblicati su Facebook? A questa domanda pochissimi sanno rispondere, perché Facebook non ha mai fornito spiegazioni realmente esaurienti. Ma, c’è un ma. Pochi giorni fa a Valigia Blu è pervenuta la testimonianza di una persona che per lavoro, proprio per Facebook, si occupa della moderazione dei contenuti e sono arrivate alcune risposte:

È importante ricordare che la rimozione di contenuti, il ban o il blocco temporaneo di un profilo sono sempre preceduti dalle segnalazioni degli utenti Facebook, ci spiega la nostra fonte. La responsabilità dei famigerati algoritmi, tirati in ballo troppo spesso come capro espiatorio, è invece marginale. Esistono sì dei filtri che segnalano contenuti potenzialmente dannosi per la community (pornografia, spam, etc.), ma ogni decisione di rimozione ricade sempre sul giudizio (umano) di un analista (che lavora nel cosiddetto “team di Community Operations”).

Dunque, ogni rimozione di contenuto o ban è preceduto dalla segnalazione degli utenti. In sostanza, quando un utente segnala si passa poi al vaglio della segnalazione, che viene operata da algoritmi e analisti in carne ed ossa. E dunque, allora, qual è il problema. Proseguendo, la fonte lo spiega:

Oltre a confermarci in parte quanto già rivelato dalle inchieste del Guardian e di ProPublica, la nostra fonte pone l’accento sui criteri di selezione del personale. Il social network fornisce sì le linee guida e il supporto per interpretare i contenuti, ma non interviene nelle modalità con cui l’impresa a cui è affidato il lavoro seleziona i moderatori. Questo modus operandi, ci spiega l’analista, avrebbe effetti estremamente negativi sulla qualità del lavoro. Nessuna delle multinazionali che svolgono tali funzioni per Facebook ha sedi in Italia destinate a questo progetto e per loro la soluzione più conveniente è assumere personale locale con una sufficiente comprensione della lingua italiana.

Secondo la nostra fonte, il risultato sarebbe la formazione di team misti composti da italiani e italofoni, con una remunerazione leggermente al di sotto dello stipendio medio del paese in cui operano. Una persona di un’altra nazionalità che ha studiato l’italiano sarà certamente in grado di capire il significato letterale dei commenti scritti in quella lingua, ma non avrà mai il background culturale e le conoscenze di una persona nata e cresciuta in Italia per comprendere determinati contesti e interpretare contenuti ambigui. E le ambiguità, le iperboli, le analogie sono il sale del sarcasmo, dell’ironia e della satira. Senza contare la difficoltà che uno straniero (per quanto qualificato e preparato) può avere nel cogliere i riferimenti al contesto politico e sociale, alla cultura, alla società o alla nostalgia generazionale.

Tornando al titolo provocatorio, perché per me Facebook ha rotto il cazzo? Il motivo è molto semplice: volente o nolente, il social ha accumulato circa due miliardi di utenti in giro per il globo e milioni nella sola nicchia italiana, guadagnandosi senza ombra di dubbio un ruolo largamente preponderante nella diffusione di contenuti sia di tipo editoriale che di tipo personale. Pensare di poter lasciare nelle mani di persone che non hanno una completa e corretta comprensione di una lingua uno strumento sensibile come quello della rimozione di profili e contenuti può instaurare un meccanismo decisamente pericoloso, quello della censura. Insomma, è una follia.

Facebook non è, come si dice, una mera società privata che chiunque può decidere di abbandonare se non ne condivide le regole. Lo era, non lo è più. Facebook è il più grande collettore e distributore di contenuti al mondo, ha un potere inquantificabile e, di fatto, di vita e di morte su ogni tipo di ideologia, idea, opinione, concetto.

Di rimozioni e ban sconsiderati la letteratura facebookiana ne è piena, capitò anche a me mesi fa per ben tre volte e tutte e tre le volte nessuno rispose al mio “ricorso in appello” non capendo proprio la contestazione che stavo muovendo. A me, come a decine di amici, conoscenti, colleghi di estrazioni e correnti di pensiero diverse.

Credo che quello della moderazione dei contenuti sia un tema molto importante che va al più presto affrontato sia dal gigante del social affinché trovi una soluzione efficace ed efficiente. Un’idea potrebbe essere assumere solo madrelingua pensanti per la gestione della moderazione e relativi strascichi, per esempio, la butto lì.

 

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